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L'impatto ambientale del Bitcoin

Il valore del Bitcoin continua a crescere e la criptovaluta più famosa della Rete attira sempre di più l'interesse degli inverstitori, ma al di là delle quotazioni di mercato l'utilizzo di questa moneta virtuale sarebbe correlato ad un costo ambientale fino ad ora tenuto in scarsa considerazione. Coniare nuovi Bitcoin (mining) determina infatti un elevato consumo energetico.

Il processo di mining che porta alla generazione dei Bitcoin richiede calcoli complessi, elaborazioni che spesso producono un carico di lavoro ingente per i terminali deputati a questo compito. Un maggiore impegno nella manipolazione dei dati si traduce in un impiego più elevato di corrente elettrica, con impatti negativi per quanto riguarda le emissioni inquinanti.

A confermare l'attuale trend sarebbero stati i recenti studi dei ricercatori di Digiconomist, secondo i quali per produrre i Bitcoin verrebbe consumata una quantità di energia paragonabile a quella necessaria per una nazione come la Nigeria nell'arco di un anno. Parliamo di un Paese che ad oggi conta quasi 190 milioni di abitanti.

Per proporre un ulteriore esempio, si può considerare il fatto che una sola transazione basata sul Bitcoin sarebbe in grado di consumare circa 215 KWh, determinando quindi lo stesso assorbimento di energia di una media abitazione degli Stati Uniti. Il tutto andrebbe moltiplicato per 300 mila volte, tante quante sono le transazioni giornaliere.

Dal punto di vista ambientale la situzione potrebbe peggiorare ulteriormente in futuro, questo perché diverse piattaforme di e-commerce starebbero progettando di accettare pagamenti in Bitcoin e altre criptovalute, tra queste ultime vi sarebbe anche Amazon che nei giorni scorsi avrebbe acquistato dei nomi a dominio appositamente dedicati.

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